La personalizzazione della disfatta

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“Il re è morto, viva il re” Potrebbe essere questo il grido degli italiani, riferendosi alla sconfitta di Renzi e dei renzisti e alla vittoria della Costituzione e di chi la difendeva. E’ già stato scritto tanto e troppo su questa tornata elettorale e anche questo mio pensiero andrà ad ammassarsi insieme agli altri. Semmai voglio andare controccorente per un fatto: l’estrema personalizzazione di questo referendum.

Da che mondo è mondo i referendum, perfino quelli più effimeri se vogliamo usare un termine inesatto, si dividono sempre in voti pro o contro il governo in carica e questo non ha fatto eccezioni ma anzi, ha innalzato il livello di scontro manco fosse un nuovo videogioco sparatutto. Da un punto di vista strettamente politico Renzi, forte del risultato del PD alle votazioni  amministrative e alle europee, ha fatto benissimo a personalizzare questo voto paventando l’ipotesi di diluvio universale e ha fatto benissimo a estremizzarlo dopo averci fatto digerire la legge elettorale Italicum, anche se questo ha comportato un odio popolare verso la sua persona. Non è bastata la macchina propagandista di parte del PD, non è bastato il mago della comunicazione Jim Messina, non sono bastati gli endorsement (abbastanza in stile clintoniano per dire la verità) di Benigni Fazio Sorrentino Bocelli Zanardi, non sono bastati gli appelli alle riforme degli ambasciatori stranieri, non è bastata la campagna pro-Si dei consoli italiani all’estero e soprattutto non è bastata la minaccia di aziende e personaggi illustri, come Bottura e Farinetti, di andarsene all’estero.

Il popolo sovrano è accorso in massa e ha votato per mantenere questa Costituzione e dare un sonoro ceffone a questa accozzaglia di governo che instillato negli italiani quel senso di rifiuto che viene scambiato per populismo e retorica da questa élite politica che, al contrario del Capo, se l’è presa con gli elettori che non hanno compreso e non hanno capito la portata della riforma. Tuttora, a sconfitta ormai cementata, continuano a citare a mo di spauracchio Salvini anche se il No è stato più forte nelle regioni dove la Lega è ai minimi termini; continuano a dire che Berlusconi sarà l’ago della bilancia quando un elettore di FI su quattro ha votato per il Si; continuano a dire che il voto è stato di pancia quando sono stati i giovani per primi che hanno capito l’assurdità di questa proposta riformatrice avendo un tasso di disoccupazione preoccupante mentre qui ci si preoccupava di come trattenere al lavoro i vecchi posticipandogli pensione. Questo è ciò che ha fatto naufragare il Titanic renziano, e non certo Farage, la Le Pen o l’ex presidente Obama. Era logico che una riforma del genere, che univa frange estreme e contrapposte del ventaglio politico italiano avrebbero prevalso.
Gli unici a non aver capito, ripeto, sono stati i peones, i portatori d’acqua della corrente renziana. Sono stati loro i primi a non accorgersi che il pericolo maggiore proveniva dall’interno del partitone stesso giacché un elettore del Pd su 4 ha votato NO dopo che ministri più accorti come Franceschini e governatori di regione di lungo corso come Rossi e Emiliano si sono di colpo zittiti aspettando l’iceberg del referendum già da sopra la scialuppa di salvataggio. Adesso, dopo il dissolvimento della destra, c’è anche l’ardua impresa di ricostituire e ricompattare la sinistra. 

E’ già passato un giorno dalle dimissioni di Renzi e l’Italia è ancora in piedi. Lo è stata dopo Caporetto, lo sarà anche domani.

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