il caos del Titolo V

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Un ulteriore cosa che provocherà questa riforma sarà il drastico cambiamento nel rapporto tra Regioni e Stato sbilanciandosi verso un supremo accentramento da parte del governo, con buona pace del federalismo a lungo sognato da Cavour dopo l’unità d’Italia. Per la verità già nel 2001 ci fu una profonda revisione del titolo V della Costituzione (la norma attualmente vigente) che fu confermata anche da un referendum popolare e già questo dovrebbe far riflettere sul fatto che le riforme costituzionali ci sono già state in passate e sono state tutte indolori perché migliorative. A oggi, infatti, quella lontana riforma riconosce le autonomie locali quali enti esponenziali preesistenti alla formazione della Repubblica. I Comuni, le Città metropolitane, le Province e le Regioni sono enti esponenziali delle popolazioni residenti in un determinato territorio e tenuti a farsi carico dei loro bisogni. L’azione di governo si svolge a livello inferiore e quanto più vicino ai cittadini, salvo il potere di sostituzione del livello di governo immediatamente superiore in caso di impossibilità o di inadempimento del livello di governo inferiore in un principio di sussidiarietà verticale così come riporta la Treccani

Più chiaro di così!

Con la riforma, come detto, tutto il potere -o quasi- tornerà nelle mani dello Stato (il cui governo è stato eletto con l’Italicum che prevede un premio di maggioranza e che dovrà rispondere solo alla Camera e non più al Senato. Repetita iuvant!) poichè 21 materie di competenza saranno esclusività dello Stato, mentre si ridurranno a 8 le materie di competenza delle Regioni.
Uno stravolgimento senza precedenti che aumenterà il caos interpretativo alimentando frequentissimi ricorsi alla Consulta e ai TAR dovuto al fisiologico periodo di ridefinizione legislativa per via interpretativa degli equilibri tra Stato e Regioni e per l’effettivo superamento della legislazione “concorrente”. Insomma, la riforma non cancellerà immediatamente tutte le norme vigenti emanate dalle Regioni e Comuni per loro esclusiva competenza, con buona pace della semplificazione.   

La formulazione del nuovo testo è criptica giacché si afferma infatti che lo Stato abbia competenza esclusiva su salute, istruzione, turismo e governo del territorio. Praticamente quasi tutto. Le Regioni dal canto loro, che già hanno le proprie leggi grazie alla riforma del 2001 entreranno quindi in una sorta di loop conflittuale con lo Stato per accertare le effettive competenze delle materie su qualsiasi cosa, opponendo ricorso. Qui entra in gioco la “clausola di supremazia statale” con cui lo Stato può decidere, su proposta del governo, di scavalcare le regioni invadendo quei settori di residuale competenza specifica. Tutto insomma tornerebbe nelle mani dello Stato come nelle repubbliche socialiste dei primi del novecento, con buona pace del federalismo regionale.

Attenzione però: tutte le regioni sono uguali salvo le regioni a statuto speciale che sono più uguali delle altre!

Faccio un passo indietro e spiego brevemente quali e da cosa derivano le cosiddette regioni a statuto speciale. Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia-Giulia, Trentino Alto Adige e Val d’Aosta sono quelle regioni che hanno una particolare e differente autonomia rispetto al resto delle regioni italiane, per motivi che non starò a elencare perché andrebbero ricercati in un passato troppo remoto. La prima riforma del 2001 di matrice federalista, aumenta, come abbiamo visto, il potere delle regioni elevandole di fatto tutte sullo stesso piano ma con la riforma Renzi-Boschi invece le regioni autonome torneranno ai loro fasti vita natural durante e anzi, per certi versi avranno più rappresentanza delle altre nel nuovo Senato. Questo è la marchetta che è stata pagata ai 19 senatori per le Autonomie affinché il testo della riforma passasse anche in Senato ma ….. il diavolo fa le pentole e non i coperchi! Succede che le regioni a statuto speciale prevedono l’incompatibilità del ruolo di consigliere dell’assemblea regionale con la carica di parlamentare della Repubblica, quindi anche senatoriale. Ne uscirebbero penalizzate? Forse si, sicuramente no, perché qui sta il caos interpretativo nella riforma del titolo V, che una Costituzione non dovrebbe permettersi. Sarebbe stato meglio una revisione di questi statuti regionali prima di stendere il testo della riforma ma è comunque’ previsto il modo di “aggirare” questo divieto con una revisione d’intesa attuabile però soltanto se vincesse il Si al referendum e la riforma costituzionale passasse. Dopo verrà eliminata l’incompatibilità di carica, almeno limitatamente all’elezione al nuovo Senato. Dopo, non prima. E via con la seconda marchetta. Se non vi sembra una truffa questa………
Rimane però il dubbio sollevato dal senatore Calderoli (padre del porcellum da cui l’Italicum deriva) che sottolinea come fino all’avvenuta approvazione delle modifiche agli statuti regionali delle Regioni a statuto speciale “il Senato non potrà andare a rinnovo, eppure teoricamente lo scioglimento del Senato potrebbe avvenire già dal giorno dopo della riforma costituzionale. E quindi a quel punto sarebbe il caos.” Il caos del titolo V appunto.

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